Riforma appalti, il nodo del rating per i finanziamenti

Il rating delle imprese è uno dei punti cruciali del nuovo impianto normativo sugli appalti pubblici, ma è anche quello che necessita di maggiori chiarimenti. Ecco perché Catone ha chiesto un periodo transitorio, per limare gli aspetti più critici.

Semplificazione, trasparenza, lotta alla corruzione e qualità: quattro parole chiave, ma soprattutto quattro impegni ben precisi per segnare davvero una svolta nel settore di gare e bandi promossi dalla pubblica amministrazione. È il ministro delle infrastrutture Graziano Delrio, come già anticipato da Appaltitalia, il giornale degli appalti online specializzato nel supporto alle imprese, a tracciare la linea da seguire per la riforma del Codice degli Appalti nel nostro Paese, che sta entrando nella sua fase cruciale, con l’approvazione di metà aprile da parte del Consiglio dei ministri che ha dato il via a un periodo transitorio di tre mesi, che servirà a completare il processo.

Parola di Cantone. È stato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, a chiedere questa fase di passaggio, nella quale il vecchio regolamento del 2010 avrà ancora validità per consentire all’agenzia di stilare e varare le linee guida che serviranno da “soft law”. ù

Non solo: nel lungo iter dei lavori parlamentari sono state infatti presentate tantissime richieste di correzione, che quindi hanno necessariamente allungato i tempi a disposizione per la creazione di un testo consolidato; e anche il parere del Consiglio di Stato ha ulteriormente ingarbugliato le cose, con una serie numerosa di rilievi da approntare prima delle ultime approvazioni. In particolare, ci saranno modifiche alle norme sul subappalto, che dovrebbe prevedere un tetto massimo, alle regole sulle commissioni giudicatrici e alla progettazione, specie per l’appalto integrato, le cauzioni e le soglie per il massimo ribasso, per le quali l’Ance ha chiesto l’innalzamento da 1 a 2,5 miliardi di euro.

Lotta alla corruzione. L’Anac dovrebbe diventare l’organo di regolazione degli appalti: oltre alle regole base, l’agenzia avrà infatti i compiti di gestire di tutte le banche dati sul settore, ma anche di promuovere il rating reputazionale delle imprese, innovativo sistema di valutazione basato sul curriculum storico delle aziende negli appalti precedenti, che diventerà strategico per l’assegnazione di bandi, gare e finanziamenti. Per il ministro Delrio, questa riforma è sì corposa, ma al tempo stesso garantisce uno snellimento degli atti complessivi, e soprattutto punta a rendere il sistema dei lavori pubblici e delle concessioni “finalmente all’altezza di un grande Paese europeo”. Sembra invece più realista il commento di Cantone, che premette che non esiste “un sistema ideale di assegnazione degli appalti”, ovvero la panacea di tutti i mali, ma la strada intrapresa è quella che comunque può garantire la legalità. Per questo, l’ex pm suggerisce anche l’integrazione di alcune norme del Codice, con l’introduzione, ad esempio, di specifiche Commissioni indipendenti per valutare le competenze tecniche e verificare eventuali conflitti di interessi e i comportamenti tenuti durante le gare.

Attacco all’economia. La corruzione è un problema che riguarda il Paese nel suo intero, ma che ha particolari effetti sulla nostra economia, perché crea danni anche alle imprese sane e rappresenta un sistema anticompetitivo: è ancora Cantone a spiegare come gli illeciti colpiscano proprio le Pmi e in particolare le aziende più dinamiche, innovative e concorrenziali. Spiega ancora meglio il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini, che snocciola alcuni dati: “gli appalti sviluppano un controvalore economico che sfiora i 250 miliardi di euro pari al 15% del Pil”. Perciò, una riforma che riesca a ordinare e regolamentare il settore potrebbe dare luce a un nuovo rapporto, in cui la delicata relazione tra spesa pubblica e rigore dei conti sia ottimizzata, e in cui soprattutto l’appalto non sia visto come una spesa, ma come un investimento di sviluppo. Se così sarà, l’effetto principale potrebbe dimostrarsi davvero sensibile, con un una ricaduta pari all’1 per cento sul PIL italiano che, con il sistema a regime, potrebbe anche triplicare.

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